Comunicare è per noi un atto assolutamente spontaneo e questo potrebbe farci pensare che anche saper ascoltare sia altrettanto spontaneo. In realtà, l’ascolto è un’attività complessa, tanto quanto entrare in sintonia con qualcuno.

Dalla Scuola di Palo Alto, con la Teoria degli Assiomi della comunicazione(1967), sono stati definiti gli elementi sempre presenti in una comunicazione, che rivediamo velocemente:

1° assioma – È impossibile non comunicare. In qualsiasi tipo di interazione tra persone, anche il semplice guardarsi negli occhi, si sta comunicando sempre qualche cosa all’altro soggetto.

2° assioma – In ogni comunicazione si ha una metacomunicazione che regolamenta i rapporti tra chi sta comunicando.

3° assioma – Le variazioni dei flussi comunicativi all’interno di una comunicazione sono regolate dalla punteggiatura utilizzata dai soggetti che comunicano.

4° assioma – Le comunicazioni possono essere di due tipi: analogiche (ad esempio le immagini, i segni) e digitali (le parole).

5° assioma – Le comunicazioni possono essere di tipo simmetrico, in cui i soggetti che comunicano sono sullo stesso piano (ad esempio due amici), e di tipo complementare, in cui i soggetti che comunicano non sono sullo stesso piano (ad esempio la mamma con il figlio).

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Da uno studio di Mehrabian inoltre si è riscontrato che l’aspetto della comunicazione verbale, e quindi di contenuto (cosa dico), è quello che incide di meno (solo il 7%) nella relazione stessa, al contrario del paraverbale (38% pause, toni…, come lo dico) e del non verbale (55% quantità di informazioni che non sempre si riescono a cogliere a livello conscio, cosa faccio).

Ciò che è importante è quindi un ascolto attivo ed un contatto sensibile che permette di intuire: un po’ come la mamma che, anche se probabilmente inizialmente andrà per prove e tentativi, si connette poi pienamente con il figlio, riuscendo a “sapere qualcosa senza sapere come averlo saputo”.

Succede però molto spesso che “non ascoltiamo per capire, ma per rispondere”  o che, presi dai tanti impegni quotidiani, la mente è sovraccarica e stanca per porsi in una condizione di ascolto. Ecco perchè possiamo identificare vari tipi di ascolto.

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Differenze nel tipo di ascolto

A seconda di come ci poniamo nelle relazioni, tanto con noi stessi quanto con gli altri, l’ascolto può assumere diverse forme. In particolare possiamo riconoscere:

  • ascolto passivo: caratterizzato da un ascolto inconsapevole, che non aiuta a stabilire un contatto con chi abbiamo davanti. Ovviamente siamo in grado di percepire i suoni che vengono riprodotti intorno a noi, ma difficilmente prestiamo loro attenzione o raccogliamo da questi delle informazioni. Facciamo cioè un uso automatico del senso dell’udito, senza alcuna attenzione e concentrazione: un sentire più che un ascoltare (è il caso ad esempio di quando facciamo delle attività accompagnati dalla musica della radio o leggiamo un libro davanti alla tv). E questo potrebbe anche passare per buono nel momento in cui siamo soli dinanzi ad un’attività, ma cosa succede quando siamo invece nel bel mezzo di una comunicazione? In questo caso, anziché rinforzare la relazione tra gli interlocutori, il rischio è di alimentare incomprensioni o un senso di rifiuto e quindi allontanamento dall’altro (pensiamo ad esempio a quando la sera tutta la famiglia si riunisce a cena ed uno dei familiari è troppo stanco per ascoltare, presente con il corpo ma non con la mente). I principali segnali di un ascolto passivo possono essere:
    • uno sguardo sfuggente
    • la fretta nel chiudere l’argomento della conversazione
    • giudizi dati solo sulla base delle proprie esperienze e senza tenere conto di ciò che l’altro sta dicendo
    • lo svolgimento di altre azioni contemporaneamente alla discussione.
  • ascolto attivo: in quanto non automatico, rende possibile la comunicazione e dà luogo ad atteggiamenti che creano empatia con l’interlocutore. Ascoltare attivamente richiede meta-comunicazione, attraverso una profonda comprensione di ciò che l’altro sta dicendo, una rielaborazione e riformulazione di ciò che esprime, una sintonizzazione con i  segnali non verbali ed una percezione delle emozioni che trapelano da quanto viene detto. Siamo soliti associare quindi l’Ascolto Attivo a tali capacità relazionali, ma è ovviamente rivolto anche verso sé stessi, ascoltando le proprie emozioni e i limiti del proprio punto di vista. Ecco perchè è utile tanto a saper ascoltare e percepire le ragioni e i sentimenti degli altri, quanto a promuovere la capacità di esprimere in modo corretto ed efficace le proprie emozioni o argomentazioni, stabilendo quel contatto autentico che può diventare base per relazioni arricchenti ed efficaci.

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In primis: ascoltare i bisogni

Finché il bambino resta nella pancia della madre il bisogno a tutti gli effetti è garantito: il nutrimento e il calore di cui necessita il suo organismo lo riceve direttamente dalla madre stessa. La nascita pone fine a questa condizione di omeostasi, di “beatitudine” intrauterina, pone termine all’ “Era del bisogno subito soddisfatto” e fa scattare l’”Era della domanda per soddisfare il bisogno”. Allora il pianto che fin da subito caratterizza il suo ingresso nel mondo è già una forma di domanda all’Altro: sarà la risposta dell’Altro a qualificare la domanda stessa. Facciamo un esempio: Se il bambino piange (domanda) la madre risponde, la risposta sarà per tentativi, la madre cercherà di interpretare quel pianto: fame, sete, freddo, etc… e non è tanto importante il tipo d’oggetto offerto, quanto il fatto che ci sia una risposta, anche se negativa. Dice Lacan che la domanda alla fin fine è sempre e solo domanda d’Amore. La risposta allora può essere anche e solo dell’ordine della presenza, può bastare anche un semplice “Sono qui”.

Oggi ci troviamo dinanzi ad un dilemma molto grande: quelli che esprimono i bambini sono bisogni reali o bisogni indotti? Vizi o necessità?

Secondo l’edizione online del vocabolario della Treccani, il termine “bisogno, con valore generico, indica mancanza di qualche cosa”. Vi sono alcuni assunti di base che danno delle informazioni più dettagliate sui bisogni:

  • I bisogni non sono desideri. Un bisogno è qualcosa la cui assenza causa una disfunzione in un organismo, un funzionamento insoddisfacente, mentre un desiderio è qualcosa la cui mancanza cosciente crea un malcontento, una insoddisfazione. Un bisogno insoddisfatto rischia di sfociare in una patologia mentre un desiderio insoddisfatto produce al più un sentimento di scontentezza.
  • Esistono bisogni consapevoli e bisogni inconsapevoli. Non sempre e non necessariamente il bisogno è riconosciuto coscientemente dalla persona che ne è portatore.
  • I bisogni si presentano solitamente connessi ad altri bisogni. Può succedere che il soddisfacimento di un bisogno in un contesto generi nuovi bisogni in altri contesti.

La teoria più conosciuta da cui partono e si sviluppano tutte le altre è la famosa Teoria dello Sviluppo Sequenziale dei Bisogni, più conosciuta come Piramide dei bisogni, elaborata da Abrahm Maslow. Egli parte dal presupposto che, apparentemente differenti, alcuni modelli comportamentali che si espletano in azioni fra le più diverse, sono in realtà tesi al medesimo fine. In altre parole, secondo Maslow, gli uomini, universalmente, condividerebbero, non solo un sostrato biologico, ma anche un comune patrimonio di pulsioni o istinti deboli, orientati al soddisfacimento dei bisogni fondamentali. Maslow ha fornito una categorizzazione delle principali necessità umane, ponendole all’interno di una struttura gerarchica. Egli asserisce che gli individui soddisfano i loro bisogni in senso ascendente e che i bisogni di ogni livello devono essere soddisfatti, quantomeno parzialmente, affinché i bisogni di livello superiore possano manifestarsi. Ipotizzava l’esistenza di 5 bisogni fondamentali:

  1. Sopravvivenza: bisogni primari fisiologici. Include la disponibilità di cibo, aria e acqua sufficienti alla sopravvivenza.
  2. Sicurezza e Protezione: la necessità di essere protetti dal dolore psicologico e fisiologico (cura, affetto, sostegno, supporto e calore).
  3. Appartenenza e Amore: il desiderio di essere amati e riamare. Comprende il bisogno di affetto e appartenenza.
  4. Autostima: bisogno di fama, prestigio e riconoscimento da parte degli altri. Include il bisogno di autostima e di forza.
  5. Autorganizzazione e Autorealizzazione: desiderio di realizzarsi, di crescere al meglio delle proprie possibilità.

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Lichtenberg(1989) propone una teoria della motivazione concepita come “una serie di diversi sistemi volti a promuovere la realizzazione e la regolarizzazione dei bisogni di base”, attraverso comportamenti osservabili già dal periodo neonatale. L’autore prevede 5 sistemi motivazionali, organizzati attorno a quelli che definisce “bisogni fondamentali”:

  1. Bisogno di regolazione fisica delle esigenze fisiologiche
  2. Bisogno di attaccamento-affiliazione
  3. Bisogno esplorativo-assertivo
  4. Bisogno di reagire avversivamente attraverso l’antagonismo o il ritiro
  5. Bisogno di piacere sensuale e di eccitazione sessuale

Nell’arco della vita bisogni e desideri, mete ed obiettivi che ne derivano, si riorganizzano in differenti gerarchie, segnate da scelte e preferenze consce ed inconsce. Se, quindi, anche nel senso comune, il bisogno implica la necessità di soddisfarlo, la cui mancanza può provocare una sensazione dolorosa, è facile pensare che i bisogni in senso generale orientino e influiscano sulla vita quotidiano di ognuno. Diventa perciò essenziale comprendere cosa sono i bisogni, la loro natura, il loro soddisfacimento.

Tuttavia, per comprendere meglio i propri e altrui bisogni ci sono due possibilità: porsi una serie infinita di interrogativi – “Cosa è un bisogno? Si tratta di bisogni genuini o piuttosto di desideri camuffati da bisogni? Come si possono individuare i bisogni? Su quali bisogni è necessario intervenire prioritariamente?” (e se ne potrebbero aggiungere molte altre alla lista) –  oppure stare, ascoltare ed essere pienamente presenti nel Qui ed Ora e nella relazione con sé stessi e con il bambino da accudire.

Sulla base di quanto fino ad ora detto, è possibile affermare che le domande dei bambini, di qualunque età, richiedono senza dubbio un atteggiamento di ascolto costruttivo da parte degli adulti, di rasserenamento, comprensione ed esplicitazione delle diverse posizioni. Lasciar andare cioè la tendenza a parlare, ascoltando di più e non saltando velocemente alle nostre soluzioni che crediamo essere le uniche corrette.

Come dice Sclavi (2003) nell’osservazione, come nell’ascolto, il rischio è di vedere (e capire) ciò che ognuno vuole vedere (e capire). La comprensione di una situazione è inevitabilmente filtrata dalle lenti colorate con cui ognuno di noi osserva, e quindi dalle nostre convinzioni, pregiudizi, opinioni, emozioni, e ognuno interpreta ciò che vede alla luce di ciò che già conosce, sa, pensa e sente. Le convinzioni derivano da una visione o “filosofia personale” che fa vedere la realtà in un modo che è personale e quindi diverso da persona a persona. Occorre disporsi a vedere e a capire una situazione in modo fresco, senza pregiudizi e confrontandosi con gli altri; esplorare le proprie convinzioni e atteggiamenti per capire in che misura essi guidino le pratiche porta a una maggiore Consapevolezza.

La costruzione del Filo Io-Tu

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Quando si entra in giudizio, guidati appunto dalla propria “filosofia personale“, si entra nella dinamica “Io-Altro”, in cui la comunicazione avviene attraverso scambi non definiti, indiretti e solo descrittivi. Se non uso giudizio entro invece nella relazione in maniera differente, in quanto l’oggetto è un quid con cui si sta in pieno e profondo contatto e non c’è il bisogno di dire cose in merito. L’obiettivo è di rinunciare a tante proprie sovrastrutture ed egoismi, andando invece alla sostanza e all’intimità. Rispetto, Autenticità e Verità sono funzionali al cambiamento. Deve essere come un messaggio che rimanda che abbiamo lo stesso valore, una presenza dove c’è un esserci non definibile.

“Per amare qualcosa è necessario viverla”

Perché è importante sviluppare un Ascolto Attivo nei contesti di educazione?

25) ascolto attivo

All’interno di contesti di crescita ed educazione, sentirsi ascoltati e accolti aiuta ogni bambino e ragazzo a sentirsi parte integrante del gruppo, a superare possibili difficoltà e migliora il clima di gruppo.

Nell’ambito scolastico molto spesso prevale ancora la tendenza a leggere il successo scolastico come risultato di buone scelte pedagogiche e di aspetti motivazionali che predispongono lo studente ad un buon rapporto con lo studio e la scuola, mentre l’insuccesso scolastico viene letto come l’effetto di incongruenze prevalentemente sociali e culturali e circoscritto nella relazione tra lo studente e la famiglia o l’ambiente di provenienza. Una volta istigato invece il dubbio che l’insuccesso pedagogico sia legato a problemi di ordine emotivo, relazionale, esistenziale è chiaro che gli insegnanti devono essere aiutati nell’acquisizione di strumenti legati alla relazione educativa. Ecco perchè nelle scuole vengono richieste sempre più, oltre alle competenze culturali e didattiche, quelle emotive-relazionali.

Ma dietro questo lavoro si possono insinuare paure, le più grandi delle quali mosse dagli adulti che sono in contatto con i bambini: insegnanti e famiglia vengono colti dalla paura del giudizio e di essere inadeguati e dal desiderio di essere riconosciuti: quando un bambino mette in mostra delle difficoltà, mette in crisi gli adulti che dovrebbero aiutarlo a crescere. Succede che sia gli insegnanti che i genitori temono di essere giudicati non adeguati nel loro ruolo e quindi cominciano ad attaccarsi a vicenda. In questo caso non bisogna cercare un colpevole, ma piuttosto domandarsi “perché il problema di questo bambino mi mette così in difficoltà?” (questa semplice domanda, seppur non di semplice risposta in quanto implica insight, costruisce uno strumento in più per la crescita dei bambino, quale è la collaborazione scuola-famiglia).

Può succedere pertanto che quando un alunno manifesta uno scarso rendimento scolastico, un insegnante può dire: “questo alunno proprio non si applica”, mentre lo studente pensa “la prof. di italiano mi ha preso di mira” e sua madre crede che “l’insegnante di italiano non capisce mio figlio” e ognuna di queste affermazioni può essere legittima anche se tiene conto di una sola parte della realtà perché ognuna rappresenta l’interpretazione personale di un’esperienza comune. La stessa esperienza su un piano più condiviso potrebbe corrispondere a “la prof. di italiano si aspetta dall’alunno conferma e riconoscimento attraverso la preparazione, lo studente si aspetta di essere riconosciuto prima come persona e poi come studente, ha paura di non essere all’altezza della situazione e non prova per niente a studiare, il genitore sente continuamente il rischio della disconferma del proprio progetto educativo”. I tre vissuti hanno in comune il reciproco bisogno di riconoscimento e conferma del proprio modo di essere, del proprio ruolo e del proprio operato. Certe incomprensioni possono essere superate se e quando i soggetti che interagiscono riescono a conoscere e comprendere ognuno il punto di vista dell’altro. Un insegnante valuterà in modo diverso uno studente che “non si impegna” se arriva a conoscere qualche sfaccettatura del suo carattere al di là dell’apparenza. Uno studente avrà meno soggezione di un insegnante esigente, se riesce a sapere qualcosa di lui che glielo faccia vedere anche come persona. Un genitore si sentirà meno in colpa se riuscirà a vedere suo figlio anche come individuo autonomo e non solo come il “prodotto” delle proprie scelte educative.

In un ambiente educativo ideale ogni protagonista ha consapevolezza del proprio modo di funzionare, dei propri bisogni, delle proprie fragilità, delle motivazioni personali e quando comunica si preoccupa di capire chi ha davanti, di essere chiaro nel messaggio che manda e di interpretare correttamente il messaggio che riceve. Nella realtà la comunicazione è facilmente insufficiente, frettolosa, frammentaria e l’incomprensione è sempre probabile.

Nello specifico sarà quindi utile, per l’adulto che è attivo nel processo di crescita ed educazione del bambino, comunicare in modo efficace, accogliendo anziché svalutando, ossia esprimendo quegli stati che in Analisi Transazionale vengono detti:

  • Genitore affettivo positivo: offrire aiuto da una posizione di empatia e non giudicante o svalutante; dare permessi, conferme e riconoscimenti; essere empatici; accettare in modo incondizionato
  • Genitore normativo positivo: fornire regole coerenti e nello stesso tempo flessibili; potenziare la propria capacità di negoziazione delle regole; fare interventi non svalutanti.

In questo caso i bambini non sanno con certezza cosa l’adulto gli proporrà, ma avranno la chiara percezione di avere intorno figure che li sanno ascoltare e che faranno loro delle proposte in sintonia con i loro desideri e che garantiranno dal punto di vista pedagogico una crescita armonica in grado di mantenere viva quell’attitudine così importante per lo sviluppo umano, che è la curiosità.

In aggiunta a quanto detto finora, il lavoro di Blandino e Granieri(1995) tenta di spiegare la relazione insegnante-alunno utilizzando la teoria psicoanalitica dell’apprendere dall’esperienza di Bion (1962), che si focalizza sugli aspetti emotivi profondi e primari della costruzione dei pensieri e della conoscenza. Sostengono che l’obiettivo dell’insegnante sarà “di favorire la crescita personale dell’allievo nelle sue varie dimensioni”, mentre “la funzione del docente evoca la funzione genitoriale di contenimento e mentalizzazione degli aspetti emotivi legati all’esperienza di apprendimento” (Blandino e Granieri, 1995, cfr. Bombi e Scittarelli, 1998, p.14), creando un contesto chiaro e determinato, con regole precise, in cui il bambino si senta contenuto e protetto. Ciò è affermabile in quanto il bisogno di relazione è un bisogno primario e se non soddisfatto pienamente porta ad un arresto dello sviluppo affettivo e cognitivo: l’apprendimento non è possibile al di fuori di una relazione significativa con chi insegna. Ovvero le funzioni cognitive dipendono da quelle affettive.

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Il consiglio per un insegnamento qualitativo è di non attuare sin da subito un ruolo direttivo di guida e di giudizio, ma di sviluppare la capacità di osservare e dare spazio e tempo necessario all’allievo che così acquisterà fiducia e sicurezza, senza allo stesso tempo generare confronti fra allievi per non far leva sulle inadeguatezze, ma bensì sulle potenzialità, ognuno nel suo tempo con il proprio ritmo.

Tre comportamenti inadeguati più comuni:

  • ignorare completamente i sentimenti, trattando il turbamento emotivo del bambino come se fosse una cosa banale o una seccatura della quale aspettare la naturale estinzione. Non si riesce pienamente ad entrare in contatto con il bambino nei momenti carichi di valenze psicologiche
  • assumere un atteggiamento troppo incline al laissez-faire, lasciando spazio al bambino di attuare qualunque tipo di strategia, anche lo scontro fisico, per gestire la sua tempesta interiore. Come i primi anche questi intervengono poco; cercheranno di calmare ogni turbamento mettendosi a mercanteggiare e ricorrendo a lusinghe
  • essere sprezzanti, mostrando di non avere rispetto alcuno per i sentimenti del bambino, con un atteggiamento di disapprovazione e sono duri sia nelle critiche che nelle punizioni: ad esempio proibendo al bambino di mostrare qualunque segno di collera o diventando punitivi al minimo segno di irritabilità.

Alcuni spunti utili per promuovere un ascolto attivo:

  • L’utilizzo di messaggi in prima persona per comunicare i propri sentimenti (“Io sento”, “Io provo”). È una tecnica che permette all’alunno di entrare in contatto con i vissuti personali dell’insegnante: sentendo che il docente sta comunicando il proprio stato d’animo con autenticità, non assumerà un atteggiamento di difesa.
  • Non giudizio e accettazione del pensiero altrui. Non è necessario che le idee di chi parla e di chi ascolta siano convergenti e non è opportuno fare dei tentativi perché vengano modificate. Ciò che conta è dare dignità a ogni verità, anche la più soggettiva.
  • L’uso di tecniche di rispecchiamento empatico. Si tratta di una modalità di intervento che non interpreta le parole dette dall’altro, ma riflette quanto detto senza modificare la costruzione del discorso o il contenuto emotivo espresso, come un vero e proprio specchio. Ad esempio “mi stai dicendo che…”, “se ho ben capito ti sei sentito…” utilizzando poi le stesse parole dell’interlocutore.
  • Utilizzo di segnali di contatto. Questi segnali sono fatti per lo più di sguardi benevoli, sorrisi, cenni di assenso con il capo o con il viso. Sono importanti poiché indicano una presenza incoraggiante e rassicurante, specialmente nei momenti di esitazione e incertezza, senza entrare nel merito dei contenuti della comunicazione.
  • Concedersi un tempo relazionale. Dedicare i primi minuti della giornata alle confidenze degli studenti, uno spazio dove ciascuno può esprimere i suoi vissuti, ansie, preoccupazioni, disagi che, se non comunicati ed elaborati con l’aiuto dell’insegnante e dei compagni, possono passare attraverso un comportamento negativo.

Ciò che è importante è ad ogni modo garantire a ciascun individuo, adulto e bambino, una Qualità di Vita ottimale ed una condizione di Benessere, inteso anche come uno stato di equilibrio fra la persona con i suoi bisogni e le sue risorse, e le richieste dell’ambiente in cui vive.


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Il 10 Ottobre si terrà la terza edizione della Giornata Nazionale della Psicologia, coincidente con la Giornata Mondiale della Salute Mentale e patrocinata dal Ministero della Salute. Il tema della campagna 2018 è “ASCOLTARSI ED ASCOLTARE: LA PERSONA AL CENTRO DELLA PROPRIA VITA”.

Con l’obiettivo di valorizzare e far conoscere maggiormente ai cittadini e alla comunità le potenzialità della Psicologia come scienza e come professione, e di trasmettere l’importanza dell’Ascolto, oltre ai vari eventi organizzati su tutto il territorio nazionale e per tutta la settimana che include tale data, si attiverà anche l’iniziativa STUDI APERTI, a cui anche io parteciperò.

Aderisco personalmente alla Giornata offrendo un PRIMO COLLOQUIO GRATUITO per tutta la settimana, dal 9 al 13 ottobre.

Che abbiate problemi di natura clinica, per i quali state già pensando di intraprendere una psicoterapia, o anche solo per conoscere meglio e avvicinarsi alla professione dello psicologo… questo è il momento adatto!

Per usufruire del colloquio, è necessario prenotare telefonicamente al 380.7737187, dal lunedì al sabato dalle 9.30 alle 19.30.

#giornatanazionaledellapsicologia#giornatamondialedellasalutementale#studiaperti #studiapertipsicologia2018

Link correlati:

  1. Calendario eventi nazionali: https://www.psy.it/giornatapsicologia/calendar/
  2. Video dell’Ordine degli Psicologi

About the Author PsicologaRitaGatto

- Psicologa dello Sviluppo, Educazione e Benessere - Psicoterapeuta in formazione ad approccio integrato Gestalt e Analisi Transazionale - Operatore di Training Autogeno

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