Nella vita di ogni giorno il nostro cervello attua processi utili ed essenziali alla nostra crescita e sopravvivenza. Ha sviluppato ad esempio meccanismi in grado di dedurre le conseguenze delle azioni o degli eventi partendo da esperienze precedenti: ciò significa che anche stimoli nuovi, simili a quelli precedentemente esperiti, potranno innescare un determinato tipo di comportamenti.

A tal riguardo la paura fa parte della sfera di emozioni primarie, con funzione principalmente auto-protettiva, in quanto ci esorta a stare all’erta e a far tesoro delle precedenti esperienze, e ci permette di ad agire rapidamente in situazioni di potenziale pericolo esterno, con possibilità di attacco/fuga o freezing (congelamento)/faint (svenimento/distacco: in situazione di faint, per mezzo di attivazione del sistema dorso-vagale, vi è un distacco dall’esperienza e sono possibili sintomi dissociativi, come nel caso di eventi traumatici). Ovviamente stimoli nuovi ma innocui non indurranno risposte di difesa, che altrimenti risulterebbero inappropriate e controproducenti e andrebbero “disinnescati”. Tali meccanismi, se alterati, possono dar inizio a patologie come i disturbi di ansia e i disturbi post-traumatici da stress.

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Esiste tuttavia un’atteggiamento abbastanza diffuso nei confronti della paura, che ce la fa vedere come emozione da evitare.

 

La paura da un punto di vista scientifico…

Presso il Cold Spring Harbor Laboratory si è fatto luce, attraverso studi sui topi, sui processi alla base dei disturbi d’ansia, studiando come agisce un nuovo meccanismo (ed il suo ricordo) che sopraggiunge quando si scatena il terrore. La paura sarebbe quindi

“codificata all’interno dei circuiti neuronali, poiché viene memorizzata in una specifica regione del cervello, l’amigdala centrale, e attivata da una molecola già conosciuta, il Bdnf (Brain-derived neurotrophic factor)”

Bo Lì (autore dello studio).

A indagare per prima su questi fattori neurotrofici fu il premio Nobel per la Medicina Rita Levi Montalcini: la scienziata italiana individuò che il candidato al ruolo di “nascondiglio delle ansie” era un gruppo di neuroni situati nel nucleo paraventricolare del talamo (Ptv), una regione del cervello estremamente sensibile alle sollecitazioni e che agisce come sensore per le tensioni fisiche e psicologiche. Secondo lo studio di Bo Lì, la connessione tra amigdala e Ptv è il Bdnf, una cui mutazione è presente nei pazienti che soffrono dei disturbi d’ansia. Più sinteticamente il Bdnf è un messaggero chimico che permette al Ptv di esercitare il controllo sull’amigdala.

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Inoltre, nel Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Neuroscienze (Inn), è stata effettuata un ricerca coordinata da Benedetto Sacchetti e pubblicata su Nature Communications. Tale ricerca dimostra le funzioni dell’amigdala, importante non solo per innescare i comportamenti di difesa in presenza di pericoli, ma anche per prevenire comportamenti immotivati dopo stimoli nuovi e innocui:

Quando un individuo si trova ad affrontare stimoli nuovi ma diversi da quelli pericolosi l’amigdala non smette di essere attiva, ma si attiva al suo interno una seconda popolazione di neuroni diversa da quella precedente”.

Anna Grosso – Equipe della ricerca di Sacchetti

Il funzionamento di questa seconda popolazione di neuroni potrebbe risultare danneggiato in presenza di traumi o in situazioni di forte stress.

“Di conseguenza le persone non sarebbero più in grado di discriminare tra stimoli realmente pericolosi e stimoli invece innocui, mettendo in atto risposte e comportamenti di paura anche in presenza di quest’ultimi, come avviene appunto nei pazienti che soffrono di disturbi d’ansia e di disturbi post-traumatici da stress”.

Anna Grosso – Equipe della ricerca di Sacchetti

Un pò di chiarezza: paura, ansia o fobia?

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L’ansia e la paura vengono codificate nella stessa area cerebrale, ma nonostante ciò hanno alla base motivazioni diverse per cui si manifestano:

  • La paura è collegata a qualcosa di reale. Uno stato di paura è sempre associato a reazioni fisiche prodotte dal sistema neuro-vegetativo, legate ad un senso di inquietudine interiore: sudore, aumento del battito cardiaco, modificazione della circolazione sanguigna, iper-ventilazione, contrazione muscolare, etc. Tali reazioni possono essere scatenate da stimoli esterni (temporale, fuoco, animali) o da una minaccia concreta da stimoli interni (pensieri o immagini) (Preuschoff,1995).
  • L’ansia è sostanzialmente una forma di paura; una sensazione di allarme generata spesso da valutazioni, previsioni e pensieri che si effettuano su un determinato evento percepito come importante o pericoloso, e che accadrà in futuro (l’oggetto della paura è cioè l’anticipazione del pericolo). Il più delle volte tali valutazioni e previsioni sono negative e catastrofiche e ci portano a voler controllare gli avvenimenti, facendo conseguentemente alimentare e aumentare lo stato d’ansia. Si sviluppa così un circolo vizioso che alimenta un tipo di pensiero negativistico verso sé stessi ed il mondo circostante, percepito come fonte di minacce sempre possibili (Galassi, Pratesi Telesio, Cavalieri, 2008).
  • La fobia è una manifestazione emotiva sproporzionata, e percepita come non controllabile, rispetto a qualcosa che non rappresenta un reale pericolo. E’ una paura “intensa, persistente e duratura, provata per una specifica cosa”. Chi soffre di fobie, infatti, è sopraffatto dal terrore di entrare in contatto con ciò che teme e per tale motivo tende ad evitare le situazioni associate alla paura: alla lunga tuttavia l’evitamento conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara all’evitamento successivo, diventando una vera e propria trappola. Le fobie non celano nessun significato simbolico inconscio e la paura è semplicemente legata a esperienze di apprendimento errato involontario nei confronti di qualcosa (condizionamento classico): l’organismo associa automaticamente la pericolosità a un oggetto o situazione oggettivamente non pericolosa. L’evoluzione di una paura in fobia è fortemente segnato dalle risposte di genitori ed educatori (scuola, società sportiva etc.) e da eventuali eventi traumatici esterni.

    In quanto tale la fobia:

– va al di là del controllo volontario e difficilmente viene contenuta con argomenti razionali;

– porta il soggetto all’evitamento della situazione temuta;

– è molto più duratura della paura;

– non va incontro ad adattamento ed abituazione;

– non è specifica di un’età o di uno stadio di sviluppo particolare;

– ostacola la vita quotidiana dell’individuo e gli impedisce una normale vita domestica e sociale.

Nella maggior parte dei casi è quindi il timore di poter rivivere una minaccia che in passato ha minato la nostra sicurezza, reale o simbolica che sia (la paura della paura), quella che ci condiziona maggiormente. Pensiamo per esempio agli attacchi di panico: esiste un primo episodio che determina tutta una serie di disturbi psicofisici, di intensità più o meno elevata; tutti gli episodi successivi sono semplicemente il timore di rivivere le stesse medesime sensazioni drammatiche e di sperimentare lo stesso malessere che il primo attacco di panico ha provocato.

Le paure in Età Evolutiva

Anche se le paure riscontrabili nei bambini sono potenzialmente infinite e dipendono in larga misura dalla storia individuale di ciascun individuo, esistono una serie di paure che possono essere considerate tipiche dell’età evolutiva (Quadrio Aristarchi, Puggelli, 2006): quella della separazione, del buio, della morte, dell’abbandono, dei serpenti, dei fantasmi, dei mostri, del dottore, etc.

Paura-degli-aghi

Queste possono essere divise in diverse categorie:

  • Sane:
  1. le paure legate alla crescita, anche dette classiche, che appaiono a diverse età e si riferiscono alle situazioni tradizionali, che fanno parte delle normali fasi di sviluppo;
  2. le paure passeggere, che si presentano in momenti specifici, anche in modo intenso, ma che non influenzano troppo la vita del bambino;
  3. le paure mutevoli, non restano uguali ma si modificano nel tempo, cambiando caratteristiche con l’avanzare dell’età del bambino;
  4. le paure gestibili: la rassicurazione o anche solo la presenza di una figura di riferimento riesce a spegnere la paura e a riportare in breve il bambino alla tranquillità.
  • Che necessitano di attenzione:
  1. le paure che terrorizzano: il bambino si agita anche solo all’idea di dover affrontare la situazione a rischio. Dà la sensazione di sentirsi come annientato dal pericolo.
  2. le paure apprese in seguito ad eventi traumatici o indotte dall’ambiente di vita: si manifestano sempre e solo in una situazione specifica che il bambino associa a un’esperienza negativa.
  3. le paure invadenti: condizionano la vita del bambino e quella dei genitori, impedendo alcune attività quotidiane.
  4. le paure permanenti o innate: presenti dalla nascita, non si modificano nel tempo ma rimangono intatte nonostante lo sviluppo del bambino e risultano vistosamente fuori tempo e fuori luogo.

Alcune possono sorgere quando il bambino ha la tendenza ad immedesimarsi nelle preoccupazioni e nelle paure dei genitori, o anche per imitazione: i bambini percepiscono ciò che gli adulti provano e attraverso il cosiddetto contagio emotivo sono in grado di regolare la loro reazione emozionale sulla base della reazione dell’adulto di riferimento (Quadrio Aristarchi, Puggelli, 2006). E’ bene insegnare al bambino alcune conseguenze dannose dei suoi atti, è però altrettanto opportuno non intimorirlo oltre misura. Alle sue paure naturali non vanno aggiunte anche le nostre preoccupazioni, né le nostre angosce.

“Ogni volta che condividete un pericolo con un bambino, assicuratevi anche di condividere le soluzioni per gestire tale pericolo”.

Cohen

E’ utile ricordare che le paure possono cambiare, trasformarsi oppure essere superate. Questo perchè le emozioni nascono dalle credenze non dalla realtà e, come sostiene Lazarus (1984), la valutazione cognitiva precede invariabilmente ogni reazione affettiva: la risposta motorio-comportamentale e l’esperienza emozionale sono pertanto sempre successive alla valutazione dell’evento. Ecco perchè le credenze dei bambini, e dunque le loro stesse paure, possono essere più aperte agli aggiornamenti rispetto a quelle degli adulti (L.J.Cohen, 2015).

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Esempi di paure tipiche per età:

  1. Primo anno di vita: La forma primaria di paura nei bambini è la perdita del contatto materno. Attorno agli 8/9 mesi avviene il processo di differenziazione io-altro ed il bambino riesce a distinguere le figure di riferimento da quelle sconosciute. Si può riscontrare quindi la tipica paura dell’estraneo, che si può manifestare con l’abbassando degli occhi, attaccandosi fisicamente al genitore, nascondendosi, con pianto o silenzio. In questi momenti è importante che il genitore non obblighi il bambino ad interagire con lo sconosciuto, ma è preferibile che gli stia vicino, che accolga la sua paura e che si rivolga a lui in maniera pacata, calma e serena, per aumentare la sensazione di sentirsi protetto e per acquisire fiducia in sé stesso verso gli altri e verso il mondo (Bowlby, 1989). In questo modo il bambino imparerà ad affrontare le sue prime paure in maniera adeguata e a non fuggire.
  2. Tra primo e secondo anno di vita: a 12/18 mesi la principale paura è legata alla separazione dai genitori e ad una loro possibile perdita. L’angoscia di separazione, normale fase di sviluppo intellettivo e sociale, che raggiunge il suo apice intorno al 2°/3° anno di vita, si manifesta perché il bambino non riesce a realizzare che quando la figura di accudimento si allontana, poi ritorna. La forte angoscia per l’assenza porta ad una difficile tolleranza della frustrazione, che si manifesta spesso con un pianti inconsolabili e collera. In questi momenti sarebbe utile evitare frasi che caricano il bambino di responsabilità e alimentano paure ed insicurezze, come “dai, non fare il bimbo piccolo!” oppure “che vergogna a questa età, ormai sei grande, devi comportarti da ometto” (Crotti, Magni 2002). Secondo Bowlby e i vari studiosi dell’attaccamento, i genitori rappresentano un ruolo importante in questa fase, perché attraverso il loro atteggiamento e comportamento possono trasmettere al bambino quella fiducia e quella sicurezza di cui necessita per affrontare il distacco e la separazione (base sicura). Altre paure vengono trasmesse invece dall’ambiente circostante o dalla cultura di appartenenza (mass media, notiziari e altri canali di comunicazione, che i bambini non sempre riescono a comprendere facilmente), come ad esempio, quelle dei temporali, dei ladri, del fuoco etc. (Preuschoff, 1995).
  3. Tra il secondo ed il terzo anno di vita: in questo periodo molti bambini manifestano la paura del buio, che può nascere dalla convinzione che ci siano mostri in agguato nelle vicinanze (M.Sunderland 2004). Molto spesso vivono il buio come assenza di punti di riferimento, e si sviluppano paure per quello che è ignoto o sconosciuto (mostri, streghe, Babbo Natale e Befana, etc.). Non sottovalutare il passaggio dalla veglia al sonno è un momento molto delicato per il bambino perché per lui addormentarsi significa perdere il senso dell’orientamento e quindi entrare in confusione con se stesso, significa distaccarsi dalla rassicurante realtà esterna e soprattutto separarsi dai genitori e affrontare tutto solo il mistero della notte. E’ quindi di fondamentale importanza la vicinanza fisica, il sostegno della mamma, del genitore prima che il bambino si addormenti.

  4. Tra i tre ed i quattro anni: nella fase dell’addormentamento molti bambini possono avere resistenze nell’addormentarsi, per una paura legata ai brutti sogni. Possono pertanto richiamare continuamente la presenza dei genitori perché hanno il terrore di perdere il controllo, di non avere sott’occhio certe situazioni. Questo potrebbe accadere perché in molti casi alcuni bambini hanno un rapporto creativo con le informazioni interiorizzate durante il giorno e potrebbero rielaborarle nel sogno sotto forma di incubo. Quando ci sono troppi stimoli in gioco e il bambino non è ancora in grado di prendere le distanze si manifesta ansia, inquietudine e paura diffusa. Possono svilupparsi anche paure dei pericoli fisici, di ferirsi, ammalarsi.
  5. Tra i quattro ed i cinque anni: in quanto in questa fase, nonostante il desiderio di autonomia, il bambino è ancora dipendente dal caregiver, la paura del distacco dal genitore e dell’abbandono è la maggiore, che vertono sul timore di essere abbandonato dalle figure di riferimento, di non essere considerato, di perdere il loro affetto specie dopo rimproveri o punizioni. Altra paura tipica di questa età è quella dei personaggi di fiabe e racconti come l’uomo nero o il lupo cattivo.
  6. Tra i sei e i dodici anni: le maggiori competenze, anche su un piano cognitivo, permettono al bambino di padroneggiare alcune paure degli anni precedenti. Tuttavia, proprio perché il suo funzionamento cognitivo è più sviluppato, può cogliere altre minacce più elaborate: paura dei ladri e dei rapitori, dei danni fisici, delle malattie, del sangue, delle iniezioni, della morte e dell’abbandono. Dal momento in cui il bambino comincia ad affrontare la vita sociale ed il confronto con i coetanei in maniera più articolata, possono presentarsi timori ed angosce che gli impediscono di uscire e di affrontare tali scambi relazionali: potrebbero avere il timore di essere giudicati o di sentirsi sbagliati e non all’altezza dei  coetanei (come scolaro per esempio può presentarsi il timore per gli esami; come individuo appartenente ad una comunità si possono per esempio presentare timori per litigi, sopraffazioni e di essere rifiutato dai compagni). Può diminuire la paura degli animali domestici ma può comparire la paura degli insetti e/o degli animali esotici, spesso associata alla paura dell’ignoto, di ciò che non si conosce e non si padroneggia.

 

Quali strumenti per affrontare e gestire le paure nei bambini?

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“Affrontare le paure infantili con rassicurazioni razionali non è il modo più efficace: spesso falliscono di fronte alla “logica della paura”. È importante, invece, “offrire i mattoni della sicurezza: amore, empatia e accettazione”

Lawrence Cohen nel libro “Le paure segrete dei bambini”  (Feltrinelli, 2015)

  • Primo suggerimento utile per genitori ed educatori, per meglio affrontare le paure dei bambini, è di ascoltare e fare molta attenzione ai messaggi che il bambino lancia, specie a quelli non verbali: gesti, capricci, sintomi come l’insonnia o l’enuresi, i pianti prolungati o i piagnucolii, il dito i bocca, scarabocchi e i disegni (Crotti e Magni, 2002). Accogliamo le paure senza offrire soluzioni, offriamo tenerezza per dargli la fiducia necessaria per affrontare da solo le sue paure. Mostriamo soprattutto empatia e vicinanza emotiva: ciò permette di evitare che il bambino apprenda a tenere nascoste e reprimere le proprie paure per compiacere e non preoccupare le figure di riferimento.
  • L’uso di tecniche narrative (fiabe, favole e racconti) è un ulteriore modo per aiutare i bambini ad elaborare ed esprimere le proprie paure. Attraverso le storie, le paure e le tensioni sono espresse in maniera tale che i piccoli possano identificarle, riconoscerle e comprenderle; e vi sono esempi di come le difficoltà possono essere risolte e le paure superate. Le fiabe insegnano al bambino che i problemi e le paure fanno parte di qualsiasi cammino di crescita.
  • La drammatizzazione è un altro modo per far esprimere e superare le paure. Ad esempio, se il bambino ha paura di andare dal medico, si può giocare all’inversione di ruoli dove il bambino farà finta di essere il dottore e l’adulto il paziente spaventato; oppure, attraverso la drammatizzazione con pupazzi e peluche (storie sociali), si può mettere in scena le esperienze che lo rendono nervoso. In caso di bambini letteralmente paralizzati dalla paura, si può incoraggiarli a urlare, saltare e scuotere tutto il corpo, sbloccandosi: alle volte può essere utile dare il la facendo tali azioni per primi o insieme a loro. “Potreste proporre un gioco in cui sconfiggono qualunque cosa li spaventi”, come per esempio, far cadere una pila di cuscini che rappresenta la paura.
  • L’uso di tecniche creative. Ciascun bambino ha la propria modalità, più o meno diretta, di esplicitare le proprie paure. E’ importante che i bambini raccontino le proprie emozioni ed esprimano ciò che provano nel modo a loro piace affine. Riuscire a parlarne e sentirsi accolti riduce la tensione e aiuta ad affrontare il problema. Pertanto alcuni bambini potrebbero essere sollecitati a esternare ciò che li impaurisce attraverso il gioco o attraverso strumenti quali il disegno o la manipolazione di plastilina e creta. Tali strumenti impegnano il corpo e la mente e invitano a tirare fuori dalla testa immagini inquietanti. In questo modo le paure possono essere affrontate simbolicamente: mostri di terracotta distrutti, fantasmi disegnati e colorati sulla carta poi fatti a pezzi, etc. (Preuschoff, 1995; Sunderland, 2004).

  • La Terapia cognitivo-comportamentale, ha un’elevata efficacia nel trattamento delle fobie e nella gestione delle emozioni negative, quali appunto la paura. Tra gli strumenti che adopera ricordiamo l’ABC [analisi delle le situazioni (A) in cui si attivano automaticamente determinati pensieri (B) che portano a provare specifiche emozioni (C)] ed il Disputing [a seguito dell’individuazione dei pensieri disfunzionali si mettono in discussione pensieri ed azioni automatici]. Nel caso di fobie specifiche (come la citata paura degli insetti o degli animali esotici), dopo aver lavorato sul versante cognitivo si passa al versante comportamentale, con una strategia tipica che consiste nell’esposizione graduale allo stimolo ritenuto pericoloso (familiarizzazione), apprezzandone caratteristiche e qualità.

  • Tecniche di rilassamento e di respirazione. Affinché il bambino non venga sopraffatto da emozioni negative, è fondamentale aiutarlo a concentrarsi su “ciò che è” e non su quello che potrebbe accadere nel futuro. La meditazione o la mindfulness sono strumenti efficaci per sostenere il bambino a uscire dai pensieri inquietanti, rimanendo ancorati al proprio corpo: è sufficiente talvolta prestare profondamente attenzione al proprio respiro. Altre tecniche rimandano al parlare di meno e coccolare di più, cullando, canticchiando o massaggiando delicatamente. Se i bambini esprimono il proprio stato d’animo urlando, sudando, piangendo, “hanno bisogno di una presenza amorevole e calma per recuperare lentamente una sensazione di sollievo”. E anche se può essere difficile assistere al loro sfogo senza far nulla, “sforzatevi di non far tacere i bambini, e di assillarli affinché lo dicano a parole”.

 

Consigli pratici per i genitori

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1) Empatia, Attenzione e Ascolto

L’atteggiamento dei genitori, può influire positivamente o negativamente sulle paure nei bambini. La relazione genitore-figlio è una risorsa fondamentale, perché dona ai bambini “ricariche emotive” che li aiuta a sentirsi sicuri, fiduciosi e felici. Tali ricariche consistono nell’offrire attenzione, incoraggiamento e ascolto, attraverso lo sforzo da parte dei genitori di chiedersi cosa prova il figlio quando si sente così ansioso e agitato, evitando di sminuire o ridicolizzare le sue paure e, di conseguenza, il suo stato d’animo. E’ importante mostrare empatia verso le paure dei bambini, anche se irrealistiche, perché un giorno potrebbero avere paura di qualcosa di più reale che non sono in grado di comunicare a voce. Se la tendenza è quella di liquidare i loro timori perchè ci sembrano banali, non saranno propensi a condividere quelli più profondi.

“Chi siamo noi per affermare che la preoccupazione di un bambino è ridicola? Certo, i mostri sotto il letto non sono reali, ma la paura del bambino lo è. Quante volte invece capita di ripetere ai bambini che non vale la pena preoccuparsi per così poco e che non c’è alcun motivo di avere paura?”

Cohen

Imitare le espressioni facciali, anche esagerandole; dare un nome all’emozione che l’ha suscitata; vicinanza… tutto ciò permette all’adulto di fare da specchio alle emozioni del bambino: passaggio fondamentale affinché impari chi è e che cosa sente. Ciò inoltre insegna che le emozioni possono essere condivise e comprese.

2) Infondere sicurezza

Il genitore può aiutare il bambino a vedere il mondo in modo diverso: un “pulcino  calmo” che infonde al “pulcino spaventato” sicurezza, protezione e suggerisce alcuni modi per tenere alla larga i pensieri ansiosi. Prima, però, è opportuno sforzarsi di comprenderlo per poi successivamente rassicurarlo.

“I bambini si sentono rassicurati meglio dopo che i loro sentimenti sono stati convalidati. E il modo migliore e più semplice per convalidare i loro sentimenti è ascoltare ciò che hanno da dire. Perché quando si sentono capiti, sono più propensi ad accogliere le nostre rassicurazioni”.

Cohen

3) ‘Raffreddare’ le emozioni

Bambini particolarmente ansiosi vivono in un perenne stato di allerta e hanno difficoltà a calmarsi. In loro si innesca come meccanismo di difesa l’evitamento continuo di tutto ciò che è fonte di inquietudine. A tal riguardo Cohen suggerisce di ricorrere alla metafora della “fiamma delle emozioni”, spiegando che ogni emozione (la fiamma) inizia con una scintilla, che può essere un pensiero o un evento, e che può essere spenta “imparando a gettare acqua sulle fiamme”. L’acqua può essere concretizzata con qualsiasi cosa in grado di raffreddare l’emozione: contare fino a dieci, respirare profondamente, pensare a qualcosa di diverso, saltare o disegnare, etc.

4) Spinte delicate

Comprendere e accettare lo stato d’animo dei bambini è il primo passo per poterli incoraggiare ad affrontare ciò che li spaventa. Comprendere ed accettare il tempo interno del bambino permette di non lanciarlo nelle situazioni con la convinzione che così “si faranno le ossa”. Non è produttivo dare “spintoni”, quanto piuttosto accompagnare: la parola guida sarà quindi “pazienza”, perché “interiorizzare il senso di sicurezza potrebbe richiedere molto tempo”. Ad esempio, se il bambino stenta a fare amicizia (in caso di fobia sociale), si può provare ad invitare i compagni a casa, dove sarà più facile iniziare a rompere il ghiaccio nell’ambiente in cui si sente protetto e al sicuro; o ancora se al parco fa fatica a staccarsi dall’adulto, non è utile negargli la possibilità di stare in braccio o contatto, prima di trovare il coraggio di giocare con gli altri. Se è di un oggetto, di un animale o di uno spazio che il bambino ha paura, avvicinatelo insieme lentamente, in tappe e in tempi successivi. Ogni tappa deve essere abbastanza facile da poter essere superata. Vietati i tentativi di incoraggiamento come “Non fare il piagnone”, “Fallo e basta, senza tutte queste lagne e piagnistei”; meglio optare per “Ti terrò per mano tutto il tempo che vuoi, fino a quando sarai pronto”.

“Personalmente non credo che una spinta dura offra reale forza interiore e fiducia in sé”.

Cohen

Allo stesso tempo evitare di rassicurarlo in maniera eccessiva: l’iper-protezione non sostiene la formazione del coraggio ed il bambino potrebbe convincersi che c’è veramente qualcosa da temere od un vantaggio nell’essere spaventato.

5) Sperimentare quotidianamente situazioni spaventose ma divertenti e sicure

Per vincere le proprie paure, è necessario affrontarle: vivere le piccole sfide quotidiane, “avventure divertenti, sicure e un po’ spaventose, quel tanto che basta per essere eccitanti”, può essere utile per sfidare la paura e sviluppare Audacia e Coraggio. Non si devono comunque pretendere prestazioni inadeguate alle sue reali capacità.

“I bambini, infatti, per riprogrammare il loro cervello ansioso, hanno bisogno di toccare con mano che la vita può essere, allo stesso tempo, spaventosa, sicura e divertente. Per molti bambini – per esempio – è più semplice trovare questa sicurezza nelle avventure fisiche all’aperto, come arrampicarsi sulle rocce o saltare piccoli corsi d’acqua”.

Cohen

6) Creare relazione attraverso il gioco

In particolare attraverso giochi fisici, come la battaglia di cuscini o un incontro di lotta. Ovviamente, lasciate che a vincere siano loro, così i bambini si sentono fisicamente ed emotivamente potenti e acquisiscono sicurezza.

“Molti problemi si potrebbero evitare o risolvere se solo ci ponessimo all’altezza degli occhi del bambino e facessimo qualcosa insieme. (…) Il gioco provoca risate. Ridere allenta la tensione portata dalla paura. E la vicinanza aiuta i bambini a riprendersi dopo un turbamento”

Cohen

7) Educare a comportamenti positivi

Può essere utile raccontarsi ai bambini, “che anche noi quando eravamo bambini abbiamo provato paura e continuiamo ad averla anche da adulti”, o proporre situazioni e personaggi positivi, magari attraverso favole e fiabe nelle quali gli eroi sconfiggono i cattivi grazie alle loro qualità di Bontà e Gentilezza. Ciò favorisce la fondamentale consapevolezza che la paura fa parte della vita di tutti i giorni, ma che può essere affrontata e talvolta anche superata con serenità.

8) Conoscere la paura per gestirla

Ci sono diverse forme che l’angoscia provocata dall’ansia infantile può assumere. Qui di seguito quelle elencate dallo psicologo Cohen:

• Battito cardiaco accelerato, respiro affannoso, muscoli tesi, crampi allo stomaco, tremori e sudorazione, pelle fredda o calda, minzione frequente, disturbi gastrointestinali o incontinenza.

• Tic nervosi: mangiarsi le unghie, pasticciarsi i capelli, “ciucciare” gli abiti

• Pensieri ansiosi, pessimistici, preoccupazioni ricorrenti.

• Rigidità cognitiva: paura dei rischi, di tutto ciò che è nuovo, una reazione forte ai cambiamenti nella routine.

• Timori di cose specifiche – reali o immaginarie – come i cani, gli insetti o i mostri sotto il letto.

• Tendenza a percepire il mondo come generalmente minaccioso o pericoloso: stato emotivo di allarme, apprensione, panico, sentirsi sempre in guardia.

• Tendenza a evitare tutto ciò che può suscitare paura o ansia e turbamento emozionale estremo quando è impossibile da evitare.

• Timidezza, indecisione, perfezionismo, tentativo di avere il controllo assoluto sul proprio ambiente.

• Crescenti richieste di rassicurazione che, quando è offerta, è spesso respinta.

9) Il primo passo è l’Accettazione

Affrontare ed abbracciare le nostre paure è l’ unico modo per controllarle, perché la paura rivela aspetti di noi di cui spesso non siamo consapevoli.

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“Vincere” una paura non vuol dire cancellarla ignorandola e neppure arrendersi impotenti ad essa. Anche assumere atteggiamenti del tipo “dichiarazione di guerra” non portano a nessun risultato. E’ pertanto utile disporsi con uno stato d’animo aperto ed incontrare la paura sul suo stesso terreno, avvicinandola e guardandola con meno diffidenza e più interesse e curiosità.

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