“Esistiamo pienamente nella misura in cui rischiamo di vivere la nostra vita, alla nostra maniera, assolutamente singolare, unica, con il suo carattere propulsivo, la sua potenza e la sua progettualità”.

Max Reinhardt

È risaputo… i social sono un ottimo mezzo per pubblicizzare eventi. Ed ecco che mi sono imbattuta in questo spettacolo teatrale, che già solo per il nome ha meritato il mio interesse: “Cervella – sei personaggi in cerca di un motivo per andare in terapia!”.

Bè ovvio, forse per deformazione professionale, c’ho messo un attimo a prenotare…!

Sei attori che hanno interpretato altrettanti personaggi del tutto improvvisati, e le cui caratteristiche e la cui storia sono state scelte sul momento direttamente dal pubblico attivo e partecipe, semplicemente basandosi su domande quali “dimmi un film, un personaggio di un libro, un quadro di tuo interesse” e “per quale motivo secondo te sono in terapia?”. Coraggioso direi, se immagino di essere quell’attore! Interpretare un personaggio, senza che qualcuno mi dica prima cosa devo dire o come mi devo comportare… senza studiarmi e ri-sturdiarmi il copione assegnatomi!!! E infatti l’aspetto fondamentale, per me, sta proprio nel fatto che ogni dialogo, sguardo, azione, colpo di scena, è nato sul momento, dal sentire dell’attore-personaggio.

Assistendo a tutto lo spettacolo, guidato dalla pura improvvisazione, ho sentito risuonare come una costante i principi basici della terapia della Gestalt: #Responsabilità, #Consapevolezza e #QuiedOra.


Ma ci sono realmente dei punti di contatto tra Terapia della Gestalt ed Improvvisazione teatrale? E se si, quali sono?

Naturalmente il più significativo è rappresentato dall’essere entrambe centrate sul Qui ed Ora, in quanto è sempre nel tempo presente che, tanto l’attore quanto la persona che accede in terapia, improvvisano. Pertanto lavorare sulla propria capacità di improvvisare può essere, oltre che divertente, anche estremamente terapeutico, mirando a far entrare ognuno in contatto vivo con il proprio automatismo e scardinarlo.

Se pensiamo ad improvvisazione, intesa come modalità specifica di creazione artistica, molto probabilmente ci verrà alla mente un musicista jazz con le sue note travolgenti, un ballerino che dà movimento libero al suo corpo, o un pittore che scaraventa istintivamente tutto il colore sulla tela… Ha origini molto antiche l’improvvisazione – basta pensare ai teatranti greci e ai buffoni medievali – tuttavia oggi può sembrare così fuori posto, in una cultura che esalta sempre più le virtù della pianificazione e della previsione, ed il desiderio smodato di controllo sugli eventi, di un dominio totale sulla natura e della tecnologia del controllo, rendendo tutto il più possibile studiato, preparato e codificato. Eppure la quotidianità è avvolta nell’imprevisto ed improvvisare quindi valorizza. Non può scindere dal concetto di spontaneità e creatività.

Possiamo facilmente osservare che i comportamenti spontanei vengono spesso inibiti in favore di un controllo e di una costruzione artificiale, che in alcune occasioni è funzionale, ma che in altre costituisce una forzatura e una completa adesione a schemi precostituiti, a quelli che in Analisi Transazionale vengono chiamati “Copioni di vita”.

Nello specifico l’improvvisazione teatrale è una forma di teatro in cui gli attori non seguono un copione definito, ma inventano personaggi e storie improvvisando estemporaneamente. Non c’è copione, né sipario, tutto avviene sul costante foglio bianco della scena su cui scrivere ogni volta una nuova storia, creata e interpretata nello stesso momento. L’attore è anche autore; si pone davanti all’atto artistico, sapendo di dover attingere al suo potenziale creativo, alla propria esperienza soggettiva e non a modelli precostituiti che suggeriscano come deve essere ad esempio nei panni di un fioraio, un dottore, un malato terminale. Di fatto esprime sé stesso, facendo si che personaggio e attore siano la stessa essenza. C’è più verità e l’esperienza immediata va in primo piano, si arricchisce appunti di imprevisto. Il Qui ed Ora deriva proprio dalla consapevolezza della partecipazione a un evento creativo unico e non ripetibile.

Il filo che unisce Terapia e Teatro

Che il teatro sia uno strumento terapeutico è più o meno risaputo. C’è chi ad esempio parla di Impro-terapia, ossia della terapia della Gestalt unita all’improvvisazione teatrale.

Fritz Perls, padre della psicoterapia della Gestalt, sviluppò da giovanissimo l’interesse per il teatro, che conservò per tutta la vita e che utilizzò nella pratica terapeutica. Si ispirò a Max Reinhardt, regista che rivoluzionò la cultura teatrale mettendo in rilievo le caratteristiche personali dell’attore e proponendo che questo, anziché recitare secondo schemi precostituiti, diventasse lui stesso il personaggio, come persona che mette sé stessa nel ruolo, con la sua propria gestualità, il suo sentire e la sua visione del mondo: in questi termini il personaggio che emerge vive già nell’attore che lo rappresenta, ne è naturalmente parte. Attraverso la recita del ruolo, l’attore si scopre, prende consapevolezza e può riconoscere aspetti di sé tenuti nascosti. Prende posture, fa gesti, sperimenta emozioni e modi di sentire che il personaggio stesso sollecita. Anche il modo di pensare viene influenzato, ma non c’è niente che venga da fuori, soltanto gli stimoli sono esterni, il repertorio già gli appartiene, è già tutto suo.

Tecnica e umanità vanno insieme; struttura e creatività posso esprimersi insieme.

Perls e Reinhardt si fanno quindi portavoce dell’importanza di «ascoltare con tutti i mezzi a propria disposizione, orecchi, occhi, naso, bocca aperta, persino con la pelle», centrando l’attenzione sull’esperienza interna più che sulle parole. In Psicoterapia della Gestalt ne sono un esempio la tecnica della sedia vuota, o anche il lavoro con il sogno, in cui la narrazione dei contenuti onirici avviene usando il tempo presente, modalità che favorisce l’attualizzazione degli stessi contenuti anche se riferiti a vissuti lontani nel tempo.

Immagine evocativa della tecnica della sedia vuota, in cui si invita la persona a cambiare posto ogni volta che cambia ruolo ed entra in ciascuna polarità. Non è importate raffigurare i personaggi reali della situazione evocata, quanto far emergere i propri vissuti per dipanare le rappresentazioni interne, soggettive e contraddittorie, mettendo in scena i propri fantasmi.

Proprio come una terapia di gruppo, l’improvvisazione teatrale ha poche regole, molto semplici e tuttavia fondamentali per costruire una scena: attenzione, ascolto, collaborazione, accettazione e supporto creativo delle altrui proposte.

Come dar spazio all’adattamento creativo ed alla spontaneità secondaria

Nel campo della Psicoterapia della Gestalt, la Creatività si esprime attraverso intuizioni dinanzi a situazioni nuove o impreviste, e si manifesta come abilità nel trovare soluzioni efficaci rispetto a problemi da risolvere, attraverso cioè un ‘adattamento creativo‘.

Da bambini agivamo una “spontaneità primaria”, che non aveva bisogno di nessun apprendimento ed in cui la comunicazione arrivava immediata; da adulti quella spontaneità è spesso perduta e la meta possibile è una “spontaneità secondaria”, basata sull’unione fra tecnica, autenticità e capacità di contatto. 

Per fare ciò si può adottare una nuova mentalità basata sui seguenti insegnamenti che il teatro d’improvvisazione ci offre:

Ascolta: mettiti in ascolto autentico e attivo dell’altro. Non essere centrato su ciò che dovrai dire dopo, perché così facendo perderai qualcosa di veramente importante;

Concorda e aggiungi qualcosa: contribuisci cioè in modo positivo a creare qualcosa con l’altro, costruisci insieme all’altro;

Sappi che è lì… e poi non c’è più: rimani cioè presente ed in contatto con quello che c’è nel qui ed ora e nel processo, sperimentando concretamente il fluire della propria esistenza, con attenzione consapevole ai continui cambiamenti – quello che in Gestalt viene chiamato “continuo di consapevolezza”.


È quindi la decisione di non cercare di controllare il futuro che consente di essere spontanei; il lasciar andare la paura di sbagliare e del giudizio dell’altro, questo perché fin dall’infanzia si viene educati a seguire regole imposte dalla società e dagli adulti di riferimento, a parlare come e quando lo richiede il contesto sociale in cui si vive e ad inibire determinati comportamenti per il timore di ricevere un giudizio morale e di subire un’eventuale esclusione dal proprio gruppo sociale (famiglia, scuola, lavoro). L’addestramento a esprimersi e svelare sé stessi, mostrando la complessità della propria anima produce, ripagando lo sforzo, una sensazione di forza, coraggio e volontà nell’affrontare l’ignoto e il cambiamento.

La sfida consiste nel rischiare di essere vivi, capaci di negoziare i confini tra la realtà della vita quotidiana e la vita immaginativa, tra mondo interno e mondo esterno. Anche perché per quanto tempo una persona può impegnarsi con un unico modello senza avvertire una perdita di entusiasmo?

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