Ci sono bambini, anche molto piccoli, che sanno nei minimi dettagli cosa fare per tenere lontano il virus, ma non hanno avuto modo di esternare le emozioni che la presenza di questo virus suscita in loro; altri bambini vengono invece protetti e ad oggi ancora non hanno chiaro cosa stia accadendo; altri ancora, che ascoltano gli eventi ma non comprendono di che si tratti, esprimono le proprie emozioni attraverso comportamenti più o meno contenuti, ma non vengono accompagnati a strutturare il proprio tempo, far proprie le regole di prevenzione, e a contenere il proprio cocktail di incertezza, paura, rabbia e noia. Se vi ritrovate in uno di questi esempi, vi starete con molta probabilità chiedendo come poter garantire una migliore serenità a vostr@ figli@.

Il primo aspetto fondamentale da tenere presente è far comprendere in maniera adeguata ai bambini che cosa sta accadendo realmente attorno a loro. Alle agitazioni e preoccupazioni incomprensibili nell’ambiente, i bambini reagiscono con comportamenti non sempre comprensibili: possono esprimere rabbia e opposizione; piangere senza un apparente motivo con lacrime che possono essere scambiate per capricci; non riuscire a dormire la notte o fare incubi anche apparentemente non collegati all’evento preoccupante; o far arrabbiare un genitore in ansia, facendo sì che questo investa tutta la sua energia sulla gestione del comportamento del bambino.

I bambini captano le informazioni dall’ambiente esterno, ma non sempre riescono a comprenderle. Questo può attivare in loro paure o credenze che si esprimono attraverso differenti comportamenti, non sempre funzionali.
Disegno realizzato dal Dott. Alessandro Lazzi

Questo perché i bambini, anche i più piccoli che difficilmente hanno la capacità di chiedere o esplicitare le proprie emozioni verbalmente, si rendono conto e risentono di questa situazione imprevista e di emergenza. Oltre ad avere delle orecchie molto grandi, che dai nostri dialoghi o dal telegiornale gli fanno captare informazioni per loro non sempre comprensibili, i bambini nei primi anni di vita, fanno esperienza dell’ambiente principalmente attraverso canali sensoriali ed emotivi e solo crescendo sviluppano e affinano capacità cognitive e di ragionamento. Per questo mantengono una capacità più affinata rispetto ad un adulto nel leggere i comportamenti non verbali (espressioni del volto, postura, gestualità), ed evitare di parlargliene rischia paradossalmente di spaventarli e di non proteggerli.

Per cui, se ancora non lo avete fatto, dando spiegazioni veloci e liquidanti perché volevate proteggerli facendo finta di niente; o avete paura di dire la cosa sbagliata, e temete le loro domande; o ancora prevedete di farvi prendere da un mare di emotività ingestibile, vostra o del bambino, da non riuscire a contenerla; etc., è arrivato il momento di parlarne con loro.

Far finta di nulla non è una strategia vincente perché manda un messaggio non corretto di ciò che è realmente la vita: come spiega Galimberti, è importante far comprendere ai bambini che la vita è fatta anche di cose spiacevoli e che per questo è possibile trovare soluzioni e strategie di adattamento. Piuttosto che trasmettere false illusioni, del tipo che non esista alcun pericolo (minimizzazione) o che invece il pericolo è ovunque (estremizzazione), è meglio essere chiari e dire la verità, spiegando che non sempre quello che accade è controllabile, che è un momento difficile per tutti, e che con l’impegno di tutti, anche il loro, ogni cosa tornerà a riequilibrarsi.

Quando il bambino viene protetto estremamente, come vivendo sotto una campana di vetro, non imparerà a tollerare le frustrazioni che la vita gli presenterà
Disegno realizzato dal Dott. Alessandro Lazzi

Cosa fare allora?

L’atteggiamento principale è invece quello di accettare ciò che il bambino prova, evitando di dire frasi tipo “Non c’è da aver paura, stai tranquillo” “Non ti preoccupare che non succede niente” “Non esagerare!”, che bloccano l’emozione. Prescrizioni di questo tipo possono venire solo dopo aver riconosciuto e accolto l’emozione del bambino. Cominciare piuttosto con il dire: “Capisco che hai paura” “Mi sembri molto spaventato” “Mi rendo conto”, e stare per qualche secondo con lui in silenzio con questa emozione, magari abbracciandolo se sentite che lui lo necessita. In questo modo si sta trasmettendo il messaggio che non è poi così pericoloso stare con quell’emozione. Solo dopo è possibile andare alle strategie, chiedendosi concretamente “Cosa possiamo dirci, pensare o fare per sentirci meglio?”. Lo si può fare dando anche degli esempi “Quando io avevo la tua età ed ero spaventata facevo in questo modo…”; o attraverso il gioco simbolico; la teatralizzazione; il disegno di ciò che lo spaventa o di cosa accadrà quando tutto questo sarà finito.

Condividete con loro anche le vostre preoccupazioni, cercando di rimanere il più possibile tranquilli e fiduciosi. Oltre a dare un’etichetta a ciò che loro già hanno percepito in voi attraverso il canale non verbale, farete per loro da modello: capiranno che anche gli adulti possono provare paura, che avere paura è normale in situazioni come questa e che questa ci permette di prendere le dovute precauzioni per tutelarci. Appare evidente quanto è importante che i primi a fare i conti con questa emozione e con il senso di impotenza e frustrazione, siamo proprio noi adulti.

In sintesi…

L’obiettivo è accogliere e normalizzare la paura: vedere un bambino in difficoltà attiva in noi adulti sensazioni spiacevoli e la spinta innata ad agire e proteggerlo. Questo agire impulsivo può però portare il bambino ad interrompere la connessione con le sue emozioni e recepire il messaggio che non va bene essere ad esempio spaventati; o ancora non dargli la possibilità di imparare a tollerare delle frustrazioni.

Non possiamo scegliere cosa provare, ma possiamo senza dubbio scegliere cosa farci. Per questo state emotivamente vicini a voi stessi e ai vostri bambini, e prendete per mano la vostra paura facendole fare il suo percorso. Una metafora molto utile, per spiegare questo concetto anche ai bambini, è quella del pallone nell’acqua: quante volte al mare abbiamo provato a spingere un Super Santos sott’acqua? Bene, proprio quando proviamo a spingere sott’acqua un pallone, questo spinge per ritornare a galla con ancora più forza di prima; se lo lascio galleggiare rimarrà invece per un po’ lì, ma sicuramente è molto più gestibile e con la corrente andrà via. Allo stesso modo con le emozioni spiacevoli, dire di “non sentirla” non aiuterà a sentirla meno. Al contrario, se le do spazio e accetto la sua presenza, dopo un po’ mi distrarrò e con molta probabilità l’emozione si allontanerà senza un eccessivo sforzo.


GUARDA IL VIDEO CORRELATO:

I contenuti sono realizzati da ❧ Dott.ssa Rita Gatto Psicologa dello Sviluppo, Educazione e Benessere (Albo Lazio 23392); Operatrice di Training Autogeno.

Un ringraziamento per il supporto e le vignette inserite nell’articolo e nel video al ❧ Dott. Alessandro Lazzi, Psicologo clinico (Albo Lazio 23802)

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